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08 giugno 2007
Milano. Il “buon esempio” delle imprenditrici extracomunitarie

Repetita iuvant è una sana locuzione latina che vuol dire che ripetere le cose, quelle importanti, fa sempre bene. E di questi tempi, a vedere che s’organizzano forum di donne imprenditrici e che qua e là si parla, s’è parlato e straparlato, di quote rosa e d’imprenditoria al femminile, di maternità, di famiglia, di coppie di fatto e coppie disfatte, del ruolo della donna nella società che cambia, beh, giova non poco dare uno sguardo ai buoni esempi nei quali talvolta capita d'imbattersi. E ripeterseli coscienziosamente come un mantra per metterseli bene in testa e non dimenticarli. Uno di questi “buoni esempi” che appunto non farebbe male tenere a mente emerge questa volta dal rapporto “Milano tra coesione sociale e sviluppo” e da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati del Registro imprese 2007 e 2002 e Istat 2006. Stando al rapporto, si starebbe registrando – nel capoluogo lombardo - un vero e proprio boom delle donne imprenditrici extracomunitarie.
Le cifre. Oltre 3.100 nel 2007 le ditte individuali femminili con titolare extracomunitaria, il 52 per cento del totale lombardo e l’otto per cento di quello italiano, cresciute negli ultimi cinque anni del 59,1 per cento. E non è tutto, perché quanto pare queste superdonne riescono anche a coniugare il lavoro con il ruolo materno, tanto che - ma è una stima – il sorpasso tra nati da genitori “misti” e quelli nostrani dovrebbe verificarsi fra quattro anni. E ancora, il tasso di fecondità degli “immigrati milanesi” risulta superiore al dato italiano: dei 12.500 bambini nati in un anno circa un terzo arriva da coppie miste.
Nel dettaglio, il numero delle immigrate tra Milano e provincia si attesta sulle 143mila unità, quasi la metà del totale delle comunità straniere. Aumentano poi i figli nati da coppie miste, anche perché - non lo dimentichiamo - quella immigrata è una popolazione in media un bel po’ più giovane di quella autoctona. Poi, un altro dato che le cifre vanno a confermare riguarda la maternità: le milanesi tendono a ritardare o a rinunciare del tutto ad avere figli. I motivi, più che economici, risiederebbero nella ricerca di un inserimento sociale con il lavoro e nella scarsa fiducia di aver trovato il partner giusto. E cioè: “Se faccio un figlio in questo momento mi sbattono fuori dal posto di lavoro e non potrò più permettermi di pagare l’affitto, la parrucchiera e il corso di ceramica e le rate della tivvù al plasma”. Oppure: “Uhm...è da qualche tempo che lui si comporta in maniera strana. Dev’esserci qualcosa sotto, secondo me ha l’amante. L’ho sempre detto che quella segretaria…”. O anche: “Fare un figlio adesso a quarantadue anni...No, è troppo tardi, troppo rischioso. Quella del piano di sotto...No, no. Sarà per la prossima volta”. O per la prossima vita.
A voler essere pignoli, e visto che carta canta e villan dorme, torniamo per un attimo a esaminare la nota della Camera di commercio sul rapporto. A Milano una donna su tre non vuole un (altro) figlio (36,4 per cento), percentuale al 31,3 per cento per le trentenni e 6,4 per cento per le ventenni. Soprattutto le generazioni più giovani considerano un motivo importante per non fare un figlio (il primo o un altro) le difficoltà che la maternità creerebbe in ambito lavorativo (ventenni 67 per cento, trentenni 56 per cento). Mentre le quarantenni dubitano soprattutto dell’opportunità di fare un figlio in età avanzata (76 per cento), il 75 per cento delle trentenni vive la maternità come una “fonte di problemi e preoccupazioni” e le ventenni (l’ottanta per cento, facciamo qualcosa) legano la mancata maternità a “dubbi sul rapporto di coppia” e ai costi che comporta mettere al mondo un figlio (69 per cento). Meditiamo, signori, tutti quanti.


Andrea Di Nino

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