| ANTOLOGIA ITALIANA |
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19 marzo 2007 Il falso è servito. I pirati dell'agroalimentare all'arrembaggio.
Nel mondo un menu italiano su tre è taroccato. Un punto della situazione era stato fatto a Napoli qualche tempo fa da Coldiretti che, nel corso di un meeting, aveva messo in esposizione i casi più eclatanti e curiosi di cibi italiani falsificati scovati nei diversi continenti, dall’Europa all’Asia, dall’Oceania all’America. Il problema dell'italian sounding, dell’italianità contraffatta spesso a discapito della qualità muove una grande mole di affari. Appare ormai evidente che il problema è tutt’altro che di lieve entità e la quantità dei prodotti falsificati e la fantasia dei falsificatori tutt’altro che tranquillizzante. Fare la spesa oggi sul mercato globale – spiegavano da Coldiretti - può significare riempire la nostra tavola di prodotti apparentemente Made in Italy, ma che in realtà nulla hanno del nostro paese, tranne che l’immagine o il tricolore in etichetta o il nome che ricorda il meglio dell’italica enogastronomia. E il “problema” ha fatto bella mostra di sé sui tavoli del meeting napoletano, squadernando innanzi agli occhi degli astanti il menu di un banchetto “ipotetico e sventurato”. Un simposio che potrebbe aprirsi con “stuzzichini a base di mozzarella prodotta con latte di vacca del Minnesota o australiano o di Parmesan (o Parmeson) di quasi tutte le provenienze del mondo, ma che certamente nulla ha a che fare con le brume della Padania”. Come primo piatto una bella porzione di spaghetti alla bolognese, ma con la pasta che viene dalla Germania e con il ragù di carne senza carne, ma – in compenso - con basilico proveniente dall’Estonia. Vegetariani? Nessun problema, a quanto pare sui banchi dei supermercati californiani si può acquistare una pregevole salsa Contadina – Roma style tomatoes, o una confezione di Pomodorini di collina inscatolati in Cina. Volendo, alla pasta si può aggiungere un po’ di Pecorino, il quale – facevano notare da Coldiretti – “anch’esso di provenienza orientale (Shangai), ma che stupisce per la raffigurazione di una ridente vacca pezzata”. Ma passiamo al secondo piatto. Lo chef consiglia tre delizie casearie: la Ricotta ‘perfect italiano’ realizzata in Australia, il Provolone prodotto nel Wisconsin (Stati Uniti) e una bella Caciotta cinese dall’ammaliante sguardo a mandorla. Per contorno, una bella e fresca insalata da arricchire con qualche goccia di “Aceto balsamico di Modena di produzione rigorosamente teutonica” e un filo d’olio extravergine d’oliva Romulo (sic!) “che fa dei gemelli Romolo e Remo in etichetta, impegnati a ciucciare il latte della Lupa, i fondatori di Madrid, vista la provenienza iberica del prodotto”. Ad innaffiare il tutto, qualche bel bicchiere di Classico Caberlot, pregevole vino che non può mancare nella cantina di ogni appassionato degustatore, prodotto da uve rumene. In chiusura, un eccellente Amaretto Venezia. Il prodotto – non ci si può sbagliare - è tedesco, ma la forma della bottiglia ricorda inequivocabilmente quella (lei sì davvero di origine lagunare) del più noto Amaretto di Saronno.
Non v’è dubbio che l’ingegnosità e la fantasia spregiudicata di questi falsari possa risultare a volte anche divertente, ma nei fatti si traduce in un danno ingente al mercato dei prodotti agroalimentari italiani autentici, che, pur se molte volte dal prezzo più alto rispetto ai cugini “pirata”, offrono la qualità inimitabile del vero “italian style”. I due prodotti tipici più imitati nel mondo - ha rilevato Coldiretti – sono Parmigiano reggiano e grana padano. Che diventano Parmesao in Brasile, Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesano in tutto il Sudamerica, Parmeson in Cina o Parmesan dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone. Ma anche Grana Pardano, Grana Padana o – orrore - Grana Padona. Per i consumatori, un inganno globale, per la produzione italiana un danno economico e d’immagine che, a ben pensarci, è davvero difficile da mandare giù senza un paio di grappini. Italiani, s’intende.
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