La Danimarca non può contare come altre nazioni su di una presenza italiana forte e capillare, ma, nonostante la nostra comunità non sia particolarmente numerosa, i valori e la qualità che essa rappresenta paiono avere un successo tutt’altro che trascurabile. La nostra intenzione era di capire qualcosa in più su come il nostro Paese e ciò che lo rappresenta è percepito in Danimarca e, più nello specifico, a Copenaghen. Abbiamo dunque pensato di fare qualche domanda a Clara Bencivenga, che nella capitale danese dirige l’Istituto italiano di cultura. Una delle cose che abbiamo compreso è che in certi casi l’immagine dell’Italia (in Danimarca ma anche in altri Paesi) risulta in qualche modo “schiacciata” dal proprio grande passato e dall’inestimabile patrimonio di classicità che lo rappresenta. Ma da un affresco così complesso emergono per fortuna – e a colori niente affatto sbiaditi - anche altre espressioni di “italianità” che riscuotono notevole approvazione. Si va dall’amore per il vino italiano alla nostra letteratura contemporanea fino al cinema e si arriva al design passando per il teatro. E a questo proposito giova ricordare che è proprio l’italianissimo Eugenio Barba a dirigere l’Odin Teatret, la celebre compagnia teatrale multiculturale che, fra l’altro, riceve sovvenzioni dal ministero della Cultura norvegese e, dal 1980, anche sovvenzioni municipali come teatro regionale di Holstebro.
L’intervistaIn che modo l’Istituto italiano di cultura di Copenaghen si relaziona con le istituzioni ospitanti?Io sono qui a Copenaghen appena dai primi di marzo ma lavoro negli Istituti italiani di cultura da 25 anni. Prima di Copenaghen sono stata a Berlino e ancor prima – e per diversi anni - a Madrid. Si tratta ovviamente di discorsi molto diversi, tra la Spagna che con il nostro Paese ha una relazione molto antica e molto fitta e quella tra l'Italia e la Danimarca, che non è né antica e né fitta. I rapporti storici tra Danimarca e Italia sono piuttosto tenui mentre con la Spagna i rapporti vengono da molto lontano, addirittura dall’età romana.
Di certo qui a Copenaghen l’IIC ha un rapporto privilegiato con il museo dedicato a Bertel Thorvaldsen, il grande artista danese vissuto tantissimi anni in Italia, a Roma, amico e collaboratore di Canova, che ha avuto una considerevole influenza sul neoclassicismo imperante all’epoca. E appunto il grande museo a lui dedicato è, fra i musei, uno dei nostri maggiori referenti. Anche loro organizzano iniziative collegate all’Italia, ma direi piuttosto orientate verso l’immagine “classica” del nostro Paese e dell’arte italiana che comunque è quella con la quale veniamo identificati tout court all’estero. È un fatto: nell’immaginario collettivo l’Italia coincide principalmente con il suo grande patrimonio classico e solo di rado si trovano persone, e in genere si tratta di specialisti, che invece conoscono artisti, scrittori o musicisti contemporanei. Che – bisogna dirlo - hanno una vita decisamente più difficile. In qualche modo potremmo dire che l’Italia è quasi “schiacciata” dal suo immenso patrimonio classico. E non credo sia facile, per esempio, fare il musicista contemporaneo nella consapevolezza di convivere artisticamente con figure del calibro di Verdi, Vivaldi, Puccini o altri.
Un’altra istituzione culturale con la quale ci relazioniamo con una certa frequenza è poi il New Carlsberg Glyptotek, uno dei maggiori musei archeologici europei. E anche lì per motivi ovvi legati al nostro patrimonio classico.
In altri settori?Abbiamo avuto anche collegamenti – ma più episodici – con il Museo Nazionale del Design che qualche tempo fa ha ospitato un’importante mostra della triennale di Milano sui designers storici italiani.
Uscendo dal campo dell’arte ed entrando in quello del teatro, abbiamo una notevole fortuna, visto che il maggior teatro stabile danese, l’Odin Teatret di Hostelbro è diretto dall’italiano Eugenio Barba. Quest’anno abbiamo collaborato soltanto con uno dei loro spettacoli, Sale, fra l’altro anche in lingua italiana sovratitolato.
E la musica?Devo dire che in questo campo non ho trovato grandi collaborazioni, ma ciò è anche dovuto al fatto che la maggior parte degli spettacoli musicali si tengono nella nostra sede. E addirittura l’auditorium dell’istituto è richiesto spesso per manifestazioni esterne: l’acustica è molto buona e il luogo può ospitare comodamente 120 persone. Ma, volendo, anche di più, come è accaduto per l’ultimo concerto del trio di Andrea Marcelli, un jazzista italiano che vive in Germania ma che lavora spesso anche in Danimarca. Il concerto è stato davvero molto bello e ha avuto un successo di pubblico davvero notevole anche grazie al fatto che qui la tradizione jazz è alquanto radicata. E posso assicurare che sentire arrangiati in chiave jazz alcuni brani di Alessandro Scarlatti, un autore di una generazione più anziano di Bach, ha suscitato applausi a scena aperta. È ovvio: la grande musica resta grande, a prescindere dagli arrangiamenti.
Cosa ci dice a proposito del cinema italiano?Per quanto riguarda il cinema abbiamo praticamente una “relazione fissa” già da vari anni con il Copenaghen International Film Festival. Si tratta di un evento annuale incentrato sulla promozione della cinematografia europea che in ogni edizione fa registrare una nutrita partecipazione di film italiani. L’edizione del 2007 (dal 20 al 30 settembre) avrà addirittura un “Focus Italy”, con la presentazione di oltre venti pellicole italiane. Un’altra buona collaborazione l’abbiamo con la Cineteca nazionale danese che ogni anno dedica una o due retrospettive proprio al nostro cinema. Quest’anno, ad agosto, ce ne sarà una dedicata a Nanni Moretti. Poi, a me personalmente piacerebbe molto organizzare qualcosa sulle registe italiane contemporanee. Penso a Francesca Archibugi per esempio, o a Cristina Comencini.
Qual è la percezione del pubblico. E chi va a vedere questi festival? In maggioranza italiani o danesi?Assolutamente danesi. Ma è da dire che la comunità italiana in Danimarca è alquanto ristretta e non arriva a quattromila persone in tutto il Paese. È pur vero che una buona parte di questi italiani vive a Copenaghen, e si tratta - a una stima di massima - di circa duemila persone. Ma non dimentichiamo che il tipico italiano che si trova qui è l’italiano o l’italiana che ha sposato un danese o una danese e che si è quindi inserito bene anche nella realtà locale. Queste persone, potremmo dire, si sono in qualche modo “danesizzate”, anche nella lingua.
Poi ci sono un po’ d’intellettuali italiani che lavorano qui a vario titolo. Oltre a Eugenio Barba che abbiamo citato prima, abbiamo alcuni docenti universitari che si occupano perlopiù di filosofia, ma si tratta comunque di un numero di persone piuttosto ridotto.
E la letteratura italiana? Come viene percepita dal pubblico danese?I danesi, come la maggior parte degli scandinavi, sono molto pragmatici. Se una cosa è buona la prendono al di là della sua provenienza. Le faccio un esempio recente. In Italia ha avuto molto successo il romanzo di Giorgio Faletti
Io uccido e anche da noi in Istituto c’è stata una presentazione della traduzione danese uscita l’11 maggio di quest’anno. Il 26 maggio
Io uccido aveva raggiunto il primo posto nella classifica delle vendite. È evidente: il libro funziona ed è piaciuto. Il resto l’ha fatto il “passaparola”. E, come ho detto, in quindici giorni è balzato in cima alle classifiche di vendita. Questo la dice lunga, tanto più che di solito da queste parti il pubblico tende a preferire la letteratura “nazionale” o in inglese. Una lingua che in questo Paese parlano praticamente tutti.
Invece, la lingua italiana?L’italiano si insegna in tre atenei, l’università di Copenaghen, l’università di Aarus e la Copenaghen Business School. Parlando con i docenti ho scoperto che una buona percentuale degli studenti trova un’occupazione attinente alla propria formazione entro generalmente un anno e in particolare se hanno studiato l’italiano. Le ragioni principali sono in realtà “turistiche” perché raramente i turisti italiani parlano inglese. Ma anche le imprese danesi che hanno contatti di lavoro con imprese italiane hanno bisogno di qualcuno che conosca la nostra lingua. In particolare credo valga per il settore agroalimentare, che qui, bisogna riconoscerlo, ha una grande diffusione.
Fa piacere sentirlo dire…Certamente. Il vino italiano, poi, è di gran moda. I nostri vini – come export – hanno surclassato anche i quelli francesi e sono indubbiamente i più diffusi, con prezzi anche più accessibili. E il consumatore, come dire, “ci fa caso”. Di certo anche per questo motivo è ovvio che per i vari importatori avere a disposizione qualcuno che parli italiano è utile. E non sono entrata nel campo del design e dell’arredamento, dove le imprese italiane sono piuttosto presenti. Anche se in questo senso è un po’ come “portare vasi a Samo”, visto che comunque il design scandinavo ha di per sé un valore molto alto. Ma comunque, in generale, possiamo dire che il Made in Italy è imperante, dalle scarpe all’abbigliamento. Basti pensare che anche i grandi magazzini, quelli di un certo livello, vendono abiti di stilisti italiani. A prezzi non certo contenuti, è ovvio.
E la ristorazione?Da quello che ho potuto capire i ristoranti italiani sono tanti, ma non tantissimi come per esempio a Berlino, dove i ristoranti italiani – ma talvolta soltanto di nome italiano - sono uno su tre.
La comunità italiana. Integrazione o stereotipi?A dire il vero, stereotipi non ne ho percepiti, ma essendo i danesi come ho già detto un popolo molto pragmatico che valuta le cose e le persone per quel che sono e che rendono, credo che fondamentalmente gli italiani si siano integrati piuttosto bene. È in ogni caso difficile definire quello che è l’atteggiamento verso la comunità italiana, visto che spesso questa è “diluita” nella struttura sociale locale per le ragioni familiari che dicevo prima. E poi in realtà la comunità italiana non si prospetta come tale: non esiste una comunità italiana come invece esiste per esempio a Stoccarda, dove gli italiani sono trecentomila. L’associazionismo tra di loro è piuttosto ridotto. Sì, qualcosa c’è, ma si tratta di attività con aspetti un po’ particolari. Ora per esempio c’è un giovane, Gino Rocca, che propone le sue “Serate Italiane” che raccoglie un po’ di giovani, studenti che si trovano qui con il progetto Erasmus o danesi interessati a cose italiane. E talvolta abbiamo ospitato loro (ma anche altr) per alcune attività di natura culturale. Ecco, in fondo gli italiani non sono percepiti esattamente come stranieri.
Attraverso ItaliaVostra può lanciare un messaggio alla comunità italiana di Copenaghen. Cosa vorrebbe dire? Il mio messaggio è molto semplice, soprattutto per gli italiani che vivono a Copenaghen: venite più spesso. Ho notato che gli italiani che frequentano i nostri locali sono davvero pochi ed è proprio questo il messaggio che vorrei trasmettere: l’Italia investe in un IIC che sarebbe molto contento di fare di più per la nostra comunità. Sembra banale, ma sarebbe bello che venissero da noi per incontraci, parlare, fare delle proposte, collaborare. O anche, semplicemente, per prendere un caffè italiano.
Andrea Di Nino